Eccomi ancora attaccato alla tastiera, quando non penso scrivo e ovvimente m’illudo cheuna cosa possa sostituire l’altra. Ma non è proprio di me che voglio parlare, piuttosto di un aspetto del mio lavoro che non voglio più nascondere.
Con gli alunni credo che a volte bisogna tacere, dargli una seconda possibilità, qualche volta anche una terza. Cosa penseranno di te? Come ti giudicheranno? Faranno una smorfia o un sorrisino? Verrebbe da ignorarli, ma il nostro lavoro non ce lo permette e finisce sempre che bisogna continuare comunque la partita anche quando si sta perdendo.
Ci resta la consolazione di pensare che poi gli alunni capiranno,daranno finalmente il senso giusto ai tuoi silenzi e ti riserveranno in un ipotetico domani quella gratitudine che invece ti servirebbe oggi….. per andare avanti.
Dunque taceree avere talvolta la fortuna di scambiare un’occhiata d’intesa con uno di loro, l’unico/a che ti ha capito che ha pensato che dietro il tuo silenzio e le tue sviste ci sia una buona strategia e ti fissa andando un più avanti con lo sguardo, oltre la cattedra dietro alla quale sei seduto,la sedia coi braccioli, la parete con o senza il crocifisso, la stessa lavagna.
Quello sguardo mi basta perchè io m’illuda che quello che faccio non sia inutile e mi fa sentire come il protagonista di una segreta intesa, o di aver intuito qualcosa di geniale scambiando semplicemente un fruscio per un battito d’ali verso il cielo. 